Fail

I ricordi che giacciono in noi non sono incisi sulla pietra: non solo tendono a cancellarsi con gli anni, ma spesso si modificano, o addirittura si accrescono, incorporando lineamenti estranei.

Primo Levi, I sommersi e i salvati (1986)

L’estetica del fallimento nell’archiviazione della memoria. Il ricordo diventa balbuziente, volatile, incerto. I contorni, di per sé labili, si fanno confusi. Il loro senso disperso in un oceano senza fine di immagini. Come perduti. Da qui il titolo ‘Fail’ che in inglese può significare: disappunto, omissione, guasto, fallimento.


Il conoscere è, secondo Platone, essenzialmente un ricordare. Senza memoria di fatto non esistiamo. Privata dell’istinto, la specie umana trova nella memoria la soluzione per non escludere la propria esperienza dal mondo, per creare quell’impronta che la può rende inconfondibile. Perciò dall’antichità le comunità si adoperano per tramandare, conservare, archiviare. L’oralità, la scrittura, le arti sono state in origine forme distinte di memoria collettiva. L’avvento della sfera individuale è una conquista più recente, resa endemica con il progresso dei mezzi di riproduzione e diffusione delle immagini.


La tecnologia espropria la memoria dalle persone, poiché il presente viene condiviso in modo istantaneo e vi è sempre meno sforzo nel ricordare. Se in passato si fotografava essenzialmente per non dimenticare, oggi lo si fa per osservare la realtà, per tracciarla. Pertanto sono le macchine a crescere la propria memoria e a ricordare per noi. Tutto appare più accessibile ma anche più esposto a rischi di obsolescenza e deperimento.


Sempre più smaterializzata e frammentata la memoria non è più il luogo dei pensieri che parlano di noi, la fonte da cui attingere le verità più domestiche o intime, ma un deposito all’aperto di immagini che racconta l’idea che ci siamo fatti di noi attraverso gli altri. L’archivio di un passato non sempre riconoscibile e soggetto alle intemperie dettate dalla tecnica.


Parrini dà un nome, un volto e una forma a un personale paesaggio. A partire dalle sue rovine. I frantumi della memoria. Ne esce un panorama disorientante, in cui brilla una visione asimmetrica del tempo che rovescia e vanifica la dimensione del ricordo. Emerge una visione monoteista, e a tratti incomprensibile, che pare quasi cancellare e prevalere sulla forza dell’immaginario vivente, in funzione di una estetica astratta e omogeneizzante che glorifica un linguaggio ramingo, piatto e binario.


‘Fail’ è una lucida follia, un ossimoro teso a evidenziare il ruolo della tecnocrazia acefala dominante nel disintegrare la storia dell’individuo. Il tutto a favore di un radicamento virtuale fissato in un eterno e precario presente che assomiglia sempre più ad uno stato di demenza, ad una disfunzione percettiva.

di

Steve Bisson